Opere
Estratti
Le palpitazioni, disciplinatamente scandite, si univano in modo
assoluto ai tremiti più bassi ed impercettibili delle loro membra,
desideranti di slanciarsi avanti, verso l’oppressore che aveva
calpestato l’autorità della loro Tradizione millenaria ed eterna.
Sembrava quasi come se l’intero Universo, dai cieli, alla terra,
alle acque dell’oceano si muovessero assieme a loro e dentro di
loro, i corpi come dei vassalli del potere infinito delle antiche
divinità supere, il loro assoluto volere di scagliarsi era come lo
scoglio lanciato da un titano contro un mondo che odiavano, un
mondo che non meritavano, un mondo che avrebbero ambito
distruggere più di ogni altra cosa.
Ed avrebbero fatto di tutto per riuscirvi.
Il Titanismo
Decadenza
A quell’ora, Asonia vedeva arrivare uno ad uno gli invitati al
banchetto, la sua curiosità puerile la invitava segretamente a
squadrare da capo a piede ognuno che varcasse la soglia della
casa: la natura del loro passo li precedeva eloquentemente.
Guardando molti di quelli che non portavano le armi al fianco,
aveva l’impressione che trascinassero con sé i loro corpi, come
fossero delle pesanti zavorre, risultando in un’andatura lenta e
fiacca. Da dove la stoffa pregiata delle tuniche lasciava scoperta
la loro pelle, affioravano degli arti pingui, spesso valorizzati
dalla presenza vistosa di smagliature, o, al contrario, le ossa
risaltavano più della cute che rivestiva la poca carne delle braccia.
Il solo camminare li rendeva affannati, il sudore rendeva loro
la fronte lucida, ma il sudore non era l’unica cosa che traspariva:
quell’estenuazione, che non le sfuggiva ogni qualvolta il suo
sguardo candido aveva modo di osservarli, in cui quei nobili
versavano sembrava perenne ed era il segno tangibile della loro
opulenza obesa.
La mente dei fanciulli, si sa, non è capace di crudeltà, ma Asonia
non poteva far a meno di paragonare quelle visioni intorpidite
e goffe agli Eroi di cui suo padre era solito raccontarle sin dalle
favole della sua infanzia: la differenza che separava le immagini
dei suoi contemporanei da personaggi come Enea, Romolo,
Cesare e Scipione la rendeva visibilmente confusa. Il suo intelletto
bambino ma comunque più attento di quanto l’apparenza non
dicesse, la portarono a riflettere: “Se a posto di Scipione, Annibale
avesse affrontato uno di loro, che speranza avrebbe avuto Roma?
Veridio non poté trattenersi dal voltarsi completamente verso di
lei, mentre la sua espressione era ancora in preda ad un indescrivibile
incanto: in un gesto anelante e oltre ogni immaginazione,
tese verso Asonia il suo braccio, la mano aperta col palmo verso
il suolo come se cercasse di afferrare la vita stessa, le sue dita
sfidarono la distanza, sognando sfiorare la pelle canuta, bruciante d’emozione,
tuttavia dovendosi accontentare di sfiorare l’aria che li separava.
“Quante montagne dovrò scalare per giungere a carpire il tuo sole?
quanti eserciti dovrò sbaragliare per conquistare i tuoi vessilli ed issarli
alti in cielo? quante nazioni dovrei soggiogare per vincere la tua gloria?
quelle guance, quegli occhi, quelle labbra, troppo lontane! piegherei
con ogni mia arma la distanza che ci separa fino a farla soccombere
alla nostra volontà, fino a che il sangue di ogni avversario non avrà
suggellato il mio ardore per te! Dèi, perché mi ostruite la via?seguo il
vostro volere devotamente, ma vorrei piantare un drappo di sfida su
questo terreno sacro e assalirvi! Tutto questo per un attimo, per un
abbraccio, per un momento che si faccia eternità!”.
La donna non era affrancata da quello stesso sentimento, la sua
vicinanza all’uomo la portò ad emularne il gesto, anche la sua
mano si dispiegò verso il basso, come a sfiorare il cristallo dalla
strana formazione minerale del suo coraggio, l’esser disposto ad
infrangere la prassi dell’antico rituale di fedeltà. Sebbene vi fosse
una barriera nel mondo tangibile che li divideva, fatto d’aria
e dell’impossibilità morale di soddisfare i loro impulsi, in quello
del cuore e dello spirito non vi era alcun muro di pali spinati a
separarli. In quel luogo lontano e vicino assieme, tutto era possibile,
ogni abbraccio ed ogni stretta già avvenuta.
“Dèi, datemi la forza per vedere quel braccio tendere a me e non tentare
di stringerne la mano, di non farmi stregare da quegli occhi osanti, di
non saltare da questo piedistallo e dar voce a quanto queste lacrime
irrazionali non riescono ad esprimere! tutto finirebbe in un attimo, un
attimo di estasi folgorante, ma quel fulmine mi porterebbe via, e tu
con me, in un reame empio, dannato e sconosciuto, conducendoci alla
disfatta totale di noi! il comandamento della Dea sarebbe infranto, ma
non sarebbe la punizione cosa dolcissima in quel caso? no, non cedere,
non cedere: hai giurato che non l’avresti fatto, porta avanti il drappo
immacolato della fedeltà, combatti il desiderio tanto ambito... lo farò
con impegno, ma se questo avrà la meglio su di me, allora...”.
Sovrumano Anelito